domenica 8 marzo 2009

Di seguito una lettera firmata da Pierre Riches - sacerdote - autore di alcuni libri di grande interesse come Note di catechismo per ignoranti colti, La leggerezza della Croce, La fede è un bagaglio lieve, Pietro un libro per bambini .

Mi è sembrato giusto mettere a conoscenza di questa lettera per le riflessioni che stimola.

La lettera è apparsa sul quotidiano Liberazione il 07 marzo 2009 in un articolo di Valentino Parlato dal titolo: Un testamento per la libertà.


La Prima affermazione che voglio fare è che sono contro l'eutanasia e contro il suicidio in qualsiasi forme. Ma con Pio XII, sono altresì contrario a qualsiasi accanimento terapeutico.
Detto questo, come dice Parlato, voglio assolutamente avere la libertà di decidere quello che mi succede se si devono iniziare terapie curative con esito dubbio.

Perciò sono contrario al progetto di legge come mi pare sia presentato in Parlamento in
questi giorni. Il problema non è facile.
Da una parte vorrei che non si iniziasse nessuna terapia se si prevede un esito di «mantenimento in uno stato di incoscienza permanente senza possibilità di recupero» o
di «uno stato di demenza avanzata non suscettibile di recupero» o «uno stato di paralisi con incapacità totale di comunicare verbalmente, per iscritto o grazie all'ausilio di mezzi tecnologici».
Ma che medico può, «all'inizio», prevedere seriamente e con certezza uno di questi esiti?
Nessuno; perciò chiunque, ragionevolmente, inizierebbe la terapia.
Il problema allora si sposta alla non continuazione, ed è proprio qui, all'interruzione che le
difficoltà sono maggiori.

Non ho le competenze per dare un giudizio sicuro.
Sono però convinto che vi siano situazioni dove tutto dovrebbe essere interrotto, sia la
respirazione meccanica, sia l'idrazione e nutrizione artificiale, sia la dializzazione, sia una
chirurgia d'urgenza o trasfusione di sangue. «Che mi si lasci morire in pace», chiedo.

Il caso recente di Eluana mi pare un esempio in proposito. Credo che si sia fatto benissimo a
interrompere e che il processo corrente a Udine sia fuori luogo.

Credo alla vita eterna e aspetto con gioia di incontrare il Signore.
Insistere a vivere su questa terra mi pare per ciò inopportuno.

Certo serve che ci sia un testamento biologico, scritto quando si è sani di corpo e di mente,
possibilmente sottoscritto dal proprio medico curante (e io ha fatto ciò) che venga attuato
nel momento opportuno.

I pericoli di abuso sono ovvi, ma credo anche superabili con un testo di legge chiaro.

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