giovedì 19 novembre 2009

Io, Montanelli e la battaglia per il suicidio assistito

“Io, Montanelli e la battaglia per il suicidio assistito”

19 novembre 2009

di Alessandro Ancarani

Emilio Coveri combatte per una guerra che il suo amico Indro Montanelli definì «impossibile da vincere. Non ce la faremo mai in questo Paese codardo e ipocrita. Ma è una guerra che qualcuno doveva pur cominciare». Coveri, a capo dell’associazione Exit Italia, si batte da anni perché anche nel nostro Paese venga permessa «l’interruzione volontaria della propria sopravvivenza in condizioni fisiche terminali». Questo il titolo del progetto di legge che più volte ha tentato di proporre al nostro Parlamento. Ma la politica sembra ricordarsi del cosiddetto fine vita solo quando si trova di fronte all’Eluana di turno. Salvo poi far ripiombare tutto nel dimenticatoio. «Sono un amico di Beppino Englaro da tanti anni - spiega Coveri - e so quanto è stato costretto a soffrire solo perché mancava un foglio con sopra scritte le volontà della figlia: ho visto la gente sotto la clinica agitare bottigliette d’acqua gridandogli ‘Boia, fai morire tua figlia di sete’. È stata una vergogna.

Beppino aveva invitato Napolitano e Berlusconi a venire di persona per rendersi davvero conto di chi fosse Eluana, nessuno dei due ha accettato». Nel 1997 l’Italia è stata uno dei firmatari della Convenzione di Oviedo che contiene norme fondamentali, come il riconoscimento del testamento biologico, il no all'accanimento terapeutico e la regolamentazione del consenso informato.

Sono trascorsi 11 anni ma nessuno ha mai emanato i decreti attuativi per recepire i nuovi canoni su questioni tanto delicate. Per questo Coveri a combattere la sua guerra sui due versanti delle Alpi: a sud tentando di animare un dibattito sui temi etici narcotizzato ad arte; a nord aiutando tanti italiani a mettersi in contatto con le cliniche svizzere in cui il suicidio assistito è consentito dal 1942. Molti italiani avvertono la necessità di porre fine alla propria vita quando non hanno altre aspettative se non quelle di soffrire inchiodati a un letto. Coveri riceve telefonate quotidianamente da ogni parte d’Italia, circa 40 alla settimana. «A tutti dico un’unica cosa: non dovete perdere tempo. Per compiere il percorso che ha scelto, il malato terminale deve essere lucido e in grado di somministrarsi da solo il farmaco». Se manca una delle due condizioni tutto si blocca, gli svizzeri sono inflessibili. L’iter precedente il suicidio assistito è interamente proteso a far desistere il paziente dalle proprie intenzioni. «Il protocollo svizzero è molto rigido – continua Coveri – Anzitutto una commissione medica ministeriale accerta tramite le cartelle cliniche se esistano le effettive condizioni di malattia terminale. Tanti malati di mente chiedono di poter morire, ma le patologie mentali, anche giudicate incurabili, non vengono comprese».

Una volta avuto il via libera dalla commissione medica, il malato sceglie la data e quindi si reca in clinica. «Il medico per legge deve chiedere reiteratamente di desistere. E non lo fa con formule di circostanza, ma con appelli accorati. Il 30% dei pazienti desiste o decide di rimandare, l’altro 70% invece assume due pillole antiemetiche. Trascorrono altri dieci minuti mentre il medico avverte ancora: se cambi idea adesso sei ancora in tempo, ma dopo che avrai bevuto il medicinale non potrò più fare niente per te». Il pentobarbital viene preparato in un bicchiere e va bevuto. Entro un minuto e mezzo la persona cade in un sonno profondo. Qualche minuto più tardi insorge l’arresto cardiaco. Il suicidio assistito si differenzia dall’eutanasia perché in nessun caso a dare la morte può essere un soggetto diverso da colui che muore: se non si è in grado di bere da soli nessuno può fornire un aiuto, se non incorrendo nelle pene della dura legge svizzera. Dura è anche la legislazione nostrana che, non potendo impedire a chi vuol morire di recarsi in Svizzera, minaccia coloro che accompagnano il parente verso il fine vita. Il rischio è quello di essere accusati di concorso in omicidio volontario una volta rientrati a casa. Coveri guarda all’Italia: “Quella che si sta per approvare è solo una legge anti-Eluana. C’è chi pensa che la vita è sacra, io penso che la vita è mia. Dunque se credo non abbia senso soffrire oltre misura senza nessuna possibilità di guarigione, devo poter porre fine a quella che non è più un’esistenza dignitosa”.

da Il Fatto Quotidiano del 19 novembre 2009

domenica 8 marzo 2009

Di seguito una lettera firmata da Pierre Riches - sacerdote - autore di alcuni libri di grande interesse come Note di catechismo per ignoranti colti, La leggerezza della Croce, La fede è un bagaglio lieve, Pietro un libro per bambini .

Mi è sembrato giusto mettere a conoscenza di questa lettera per le riflessioni che stimola.

La lettera è apparsa sul quotidiano Liberazione il 07 marzo 2009 in un articolo di Valentino Parlato dal titolo: Un testamento per la libertà.


La Prima affermazione che voglio fare è che sono contro l'eutanasia e contro il suicidio in qualsiasi forme. Ma con Pio XII, sono altresì contrario a qualsiasi accanimento terapeutico.
Detto questo, come dice Parlato, voglio assolutamente avere la libertà di decidere quello che mi succede se si devono iniziare terapie curative con esito dubbio.

Perciò sono contrario al progetto di legge come mi pare sia presentato in Parlamento in
questi giorni. Il problema non è facile.
Da una parte vorrei che non si iniziasse nessuna terapia se si prevede un esito di «mantenimento in uno stato di incoscienza permanente senza possibilità di recupero» o
di «uno stato di demenza avanzata non suscettibile di recupero» o «uno stato di paralisi con incapacità totale di comunicare verbalmente, per iscritto o grazie all'ausilio di mezzi tecnologici».
Ma che medico può, «all'inizio», prevedere seriamente e con certezza uno di questi esiti?
Nessuno; perciò chiunque, ragionevolmente, inizierebbe la terapia.
Il problema allora si sposta alla non continuazione, ed è proprio qui, all'interruzione che le
difficoltà sono maggiori.

Non ho le competenze per dare un giudizio sicuro.
Sono però convinto che vi siano situazioni dove tutto dovrebbe essere interrotto, sia la
respirazione meccanica, sia l'idrazione e nutrizione artificiale, sia la dializzazione, sia una
chirurgia d'urgenza o trasfusione di sangue. «Che mi si lasci morire in pace», chiedo.

Il caso recente di Eluana mi pare un esempio in proposito. Credo che si sia fatto benissimo a
interrompere e che il processo corrente a Udine sia fuori luogo.

Credo alla vita eterna e aspetto con gioia di incontrare il Signore.
Insistere a vivere su questa terra mi pare per ciò inopportuno.

Certo serve che ci sia un testamento biologico, scritto quando si è sani di corpo e di mente,
possibilmente sottoscritto dal proprio medico curante (e io ha fatto ciò) che venga attuato
nel momento opportuno.

I pericoli di abuso sono ovvi, ma credo anche superabili con un testo di legge chiaro.

martedì 3 febbraio 2009

Il diritto di decidere da soli

Oggi voglio semplicemente proporre una riflessione di un parlamentare-medico (Ignazio Marino, senatore del PD) sul tema del testamento biologico. L'articolo è apparso sul quotidiano Repubblica.
Il titolo, appunto, il diritto di decidere da soli.

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I riflettori si spengono, le grida si smorzano, le parole si placano e lasciano spazio al silenzio. Sarebbe questo il clima ideale per rispettare Eluana, giunta alla fine della sua sfortunata esistenza. Sarebbe l'atteggiamento corretto di un paese che rispetta il dramma di una famiglia e, soprattutto, rispetta le sentenze della magistratura. Purtroppo, fa male ammetterlo, il rispetto delle regole come il rispetto delle persone, non è un valore che appartiene alla nostra società e alla nostra epoca. I riflettori si accenderanno fuori dalla clinica di Udine che ha accolto Eluana e le grida si faranno assordanti, coprendo rumorosamente le riflessioni pacate e intime che questa drammatica vicenda dovrebbe indurre in ognuno di noi. I riflettori si accenderanno anche in Senato, dove da una settimana si discute della legge sul testamento biologico, una legge che sarebbe stata utile ad Eluana se, prima del suo incidente d'auto che l'ha ridotta in stato vegetativo, avesse avuto la possibilità di scrivere le sue volontà. Quella legge non c'era ed Eluana è entrata in un limbo da cui solo la magistratura, con giudizi ponderati e univoci, ha creato le condizioni per farla uscire. Il dramma umano di Eluana può essere però di aiuto anche al Parlamento. Se, infatti, sarà approvata la legge proposta dal centrodestra, se una ragazza di vent'anni decidesse di lasciare un testamento biologico, potrebbe incorrere esattamente nella stessa situazione in cui è stata Eluana Englaro per oltre diciassette anni: nessuno potrebbe interrompere idratazione e nutrizione artificiali nemmeno se quella ragazza avesse scritto chiaramente, davanti a testimoni, di non volere tali terapie. La volontà potrebbe non essere rispettata ed è facile immaginare fin d'ora che vi sarà un nuovo Beppino che si appellerà alla magistratura affinché sia rispettato il diritto alla libertà di cura, diritto sancito dalla Costituzione italiana, dalle convenzioni internazionali, dal codice di deontologia medica, dal catechismo della chiesa cattolica e, non ultimo dal buon senso e dalla carità cristiana.
Nessuno può essere sottoposto a una terapia contro la sua volontà: è questo il principio che dovrebbe guidare tutti noi, parlamentari compresi, indipendentemente dallo schieramento di appartenenza, nel chiederci che cosa vorremmo per noi stessi o per un nostro familiare se un giorno ci trovassimo nella situazione di Eluana. E' questa l'unica riflessione che dovremmo fare oggi. La maggior parte degli italiani su questo punto ha le idee molto chiare, pensa che sulle scelte che riguardano la fine della loro vita vogliono decidere da soli, basta scorrere i messaggi delle settantamila persone che hanno già sottoscritto l'appello per la libertà di cura sul sito appello appellotestamentobiologico. Mi auguro che in tanto frastuono inutile, queste voci in difesa del diritto e della libertà riescano a farsi sentire.